Un ricordo di Saverio Franchi


Arnaldo Morelli

«Una minuta, caleidoscopica visione del mondo». Un ricordo di Saverio Franchi

Saverio Franchi, eminente musicologo e membro del consiglio direttivo della Fondazione Italiana per la Musica Antica, è prematuramente scomparso a Roma il 3 aprile 2014. Desideriamo ravvivare il ricordo della limpida e lineare figura dello studioso.

Nato a Teramo il 7 novembre 1942, ma vissuto a Roma fin dall’infanzia, ebbe una solida formazione umanistica, scientifica e musicale, che gli consenti di coniugare metodi e strumenti della ricerca storica con una conoscenza profonda della musica, sia colta sia di tradizione popolare. Agli studi universitari prima in Lettere e poi in Scienze Statistiche e Demografiche presso l’Università di Roma La Sapienza, aveva infatti affiancato quelli musicali di pianoforte, clavicembalo e composizione. Colpisce sapere che il suo primo lavoro scientifico – era appena venticinquenne – fu la traduzione commentata di un classico della storia economica, quale la Storia agraria romana di Max Weber. Alla musicologia sarebbe arrivato, in punta di piedi, negli anni Settanta pubblicando Il teatro musicale a Roma. Cronologia degli spettacoli, 1600-1670, un libriccino di un centinaio di pagine che, già allora, brillava per utilità e precisione: due tratti questi che avrebbero contrassegnato i grandi lavori bio-bibliografici cui Franchi si dedicò nei successivi decenni. L’anno di uscita del libro evidenzia un punto di svolta nella vita dello studioso: proprio dal 1974, infatti, iniziò a insegnare Storia della musica al Conservatorio di Perugia, dove sarebbe rimasto per ben trentadue anni, fino al trasferimento al Conservatorio di Roma nel 2006. A pensarci bene dovettero trascorrere quasi vent’anni prima che il nome di Franchi divenisse familiare tra gli storici della musica; ma quei lunghi anni di apparente silenzio non erano trascorsi invano. Con la serietà, la cultura, la perseveranza e la discrezione che gli erano connaturate, Franchi andava perseguendo un obiettivo chiaro e al tempo stesso ambizioso: compilare un repertorio bibliografico dei testi drammatici stampati a Roma nel Seicento e nel Settecento, corredato da un dizionario biografico degli editori-stampatori in massima parte basato su documentazione di prima mano. Con la costante collaborazione della moglie Orietta Sartori, docente di violino nei conservatori di Perugia e di Roma, lo studioso raccolse una mole impressionante di dati bibliografici, tutti scrupolosamente verificati sui singoli esemplari superstiti, come pure su dizionari e repertori antichi e moderni, arricchita da un’infinita di dati archivistici, frutto di lunghe e pazienti indagini condotte ‘a tappeto’, in particolar modo sui fondi storici dei notai e delle parrocchie di Roma. Nel 1988 venne cosi alla luce la prima imponente opera bibliografica che fece conoscere il nome di Franchi a una più ampia platea di studiosi: la Drammaturgia romana. Repertorio bibliografico cronologico dei testi drammatici pubblicati a Roma e nel Lazio. Secolo XVII. Con una punta di autoironia, nella premessa al volume, lo studioso si paragonava al protagonista di un celebre romanzo picaresco del primo Settecento: “Come Gil Blas, partito con il suo intento di studiare a Salamanca, modifica ed amplia i suoi progetti girando per tutta la Spagna al servizio di diversi padroni, cosi l’iniziale obbiettivo di raccogliere dati su alcune rappresentazioni romane del Seicento si è poi voracemente allargato in direzioni sempre nuove fino a configurare una sorta di marucelliano Mare magnum nel pur limitato campo dei testi drammatici”.

La Drammaturgia romana venne pubblicata dalle Edizioni di Storia e Letteratura nella collana «Sussidi eruditi». È facile immaginare che, al di là delle contingenze, la scelta della casa editrice fosse tutt’altro che casuale. Fondate a Roma nel 1943 da don Giuseppe De Luca, le Edizioni di Storia e Letteratura avevano fin da subito mirato a «tener alta l’indagine storica e letteraria», favorendo la pubblicazione di opere di erudizione e di filologia, senza preclusioni ideologiche o di altro genere, proposte da studiosi affermati, ma anche da giovani da poco incamminatisi «verso studi più ardui e meno redditizi, tanto più meritori e necessari, quanto meno rimeritati e più rari», come scriveva con profonda umanità il fondatore. Da allora le Edizioni di Storia e Letteratura sono state animate – lo si legge ancor oggi nella loro pagina web – dalla ferma convinzione che «una corretta valutazione del patrimonio storico e letterario, sia di ambito civile sia di ambito religioso, italiano e no, non poteva prescindere da una più attenta ricognizione di tutte le testimonianze e da un più rigoroso accertamento dei fatti». Da tutto ciò risulta evidente come l’incontro tra Franchi e le Edizioni di Storia e Letteratura non potesse che nascere sulla base di una vera e propria affinità elettiva. L’interesse verso i testi drammatici, e più in generale verso il teatro, per uno storico autentico come Franchi era un modo di guardare alla storia umana. Le centinaia di testi a stampa, scrupolosamente repertoriati – e non catalogati, si badi bene – e annotati con cura uno ad uno, apparivano ai suoi occhi come «una minuta, caleidoscopica visione del mondo attraverso la scena». È questo il motivo per cui, con grande intelligenza, all’interno dell’opera Franchi non fece distinzioni di sorta tra testi rappresentativi e non rappresentativi, tra teatro di parola e teatro in musica, assumendo a modello, fin dal titolo, la celeberrima Drammaturgia di Leone Allacci, da lui apertamente riconosciuta quale «primo modello di ogni lavoro del genere». A ben guardare, la Drammaturgia romana, proprio per il suo interesse multidisciplinare, trovò un’iniziale e favorevole accoglienza fra gli studiosi di letteratura, di storia del libro e dell’editoria, e di teatro, come mostrano le recensioni del volume, firmate da autorevoli personalità, quali Martino Capucci, Maria Luisa Doglio, Renzo Frattarolo, Ferdinando Taviani e altri. Tuttavia, sorprendentemente, la Drammaturgia romana non ebbe immediata risonanza nella musicologia storica, al punto che nessuna rivista musicologica la recensì. Il fatto è ancor più sorprendente se pensiamo che la musicologia italiana, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta vide il fiorire di progetti locali, nazionali e in qualche caso perfino internazionali per la catalogazione o – più propriamente – per la schedatura dei cosiddetti ‘beni musicali’. Tali iniziative determinarono la nascita di reti, associazioni e gruppi di lavoro, formati da persone spesso animate da entusiasmo o da ambizione, ma più raramente dotate di quel bagaglio necessario all’impresa, fatto di esperienza e di competenza, non meno che di perseveranza, riconoscimento dei propri limiti e pazienza nell’arrivare alla meta. Franchi non partecipò a nessuna di queste iniziative, non certo per una qualche forma di alterigia o disprezzo del lavoro altrui: chi l’ha conosciuto personalmente avrà avuto modo di apprezzarne il tratto umano, gentile, affettuoso e cordiale, che gli permetteva di trascendere polemiche e conflitti, e di riconoscere con generosità il benché minimo ma onesto risultato delle ricerche degli altri. Si ha invece la sensazione che Franchi restasse fedele a una concezione individuale del lavoro umanistico, vissuto quale costante esercizio di una cultura animi, «nel senso georgico e personale che le attribuiva Cicerone», come ci ricorda Marc Fumaroli. Il suo lavoro nondimeno, pur condotto nell’ambito di uno spazio individuale e privato, non gli impediva di sentirsi parte di un più ampio «mondo degli studi» – per usare una sua espressione -, di una moderna ‘repubblica delle lettere’ che oltrepassava gli angusti limiti dell’orticello disciplinare.

A metà degli anni Novanta, con l’uscita della seconda opera, Le impressioni sceniche. Dizionario bio-bibliografico degli editori e stampatori romani e laziali di testi drammatici e libretti per musica dal 1579 al 1800, i ‘sussidi eruditi’ di Franchi cominciarono ad essere progressivamente conosciuti anche negli ambienti della musicologia storica, non ultimo grazie alle recensioni finalmente apparse in qualche rivista italiana e francese del settore. A consolidare la notorietà delle sue opere contribuì di lì a poco anche l’uscita del secondo volume della Drammaturgia romana […] Secolo xviii/1. Annali dei testi drammatici e libretti per musica pubblicati a Roma e nel Lazio dal 1701 al 1750, corredata da un’ampia panoramica sulle vicende storico-artistiche dei teatri romani nel Settecento, e un «commento storico-critico» sull’attività teatrale e musicale romana dal 1701 al 1730.

Gli anni Novanta vedono Franchi più vicino che in passato al mondo della musicologia italiana: partecipa come relatore a vari convegni, e nelle pubblicazioni musicologiche iniziano ad apparire suoi saggi, che spaziano dal teatro musicale all’oratorio, dalle biografie dei musicisti al mecenatismo nella Roma barocca. Nel 1999, Recercare è la prima rivista musicologica a cui lo studioso destina un suo saggio: Stampatori ed editori musicali a Roma dal 1550 al 1608. Vicende e osservazioni. Sempre in quegli anni Franchi entrò in uno stretto rapporto di collaborazione con l’Istituto di Bibliografia Musicale (Ibimus), fondato e diretto da Giancarlo Rostirolla, i cui scopi statutari apparivano del tutto convergenti con i lavori bibliografici che lo studioso aveva portato avanti per proprio conto. Da questo incontro sarebbe nata la sua ultima grande impresa editoriale. Fin dal 1993, infatti, l’Ibimus aveva incaricato Franchi di progettare e condurre a compimento un monumentale lavoro bibliografico lanciato da Rostirolla qualche anno prima: gli Annali della stampa musicale romana dei secoli XVI-XVIII. L’avvio dell’opera non fu immediato, essendo lo studioso impegnato, proprio in quegli anni, nel portare a compimento volumi e indici delle Impressioni sceniche e della Drammaturgia romana II. Al volgere del millennio, tuttavia, l’impresa era avviata, ancora una volta grazie al fattivo apporto di Orietta Sartori, che Franchi volle pubblicamente presentare come «straordinaria collaboratrice e coautrice, oltre che compagna di lunghe e appassionate ricerche sulla storia artistica e culturale di Roma», nel dedicarle quest’ultima impresa editoriale. Nel 2006 vedeva finalmente la luce il primo tomo degli Annali, contenente le Edizioni di musica pratica dal 1601 al 1650, periodo corrispondente a quello di massima attività dell’editoria musicale romana, con la media di una decina di libri di musica pratica stampati ogni anno. L’impianto del repertorio restava sostanzialmente aderente a quello della Drammaturgia romana: elencazione anno per anno delle edizioni musicali, comprese quelle non pervenuteci, ma di cui si ha notizia certa e documentata; descrizione analitica degli esemplari superstiti di ogni edizione, ristampa o emissione, con segnalazione di divergenze o anomalie; trascrizioni diplomatiche di tutti i frontespizi e dei paratesti (di enorme utilità la trascrizione integrale di tutte le dedicatorie, con la traduzione italiana di quelle in latino); riproduzione del frontespizio e/o di pagine significative; corredo di note storiche e bibliografiche per ogni edizione; ampia bibliografia per ciascuna scheda. Gli Indici del primo volume degli Annali apparvero a ben sei anni di distanza e in una forma ridotta rispetto al progetto originario: per giustificare il ritardo il curatore addusse gli impegni dovuti alla «conclusione di altri impegni di ricerca e di lavoro».

In quegli anni, alla sua attività didattica in conservatorio, si erano sommati, dal 2009, l’insegnamento di Bibliografia, come docente a contratto, presso la Scuola di specializzazione in Beni Archivistici e Librari dell’Università di Roma La Sapienza, e l’ancor più defatigante impresa del Dizionario storico biografico del Lazio. Personaggi e famiglie nel Lazio (esclusa Roma) dall’antichità al xx secolo, opera comprendente oltre quattromila voci, scritte da un centinaio di collaboratori, giunta in porto dopo un non agevole viaggio. Ma il ritardo degli Indici non era imputabile soltanto agli impegni: proprio in quel 2012, ragioni di salute costrinsero Franchi a lasciare l’insegnamento alla Sapienza e anche la presidenza dell’Ibimus, che aveva assunto l’anno prima. Le defezioni ai convegni in cui era annunciato come relatore cominciarono ad essere tanto frequenti quanto preoccupanti. Lo rividi nel giugno del 2013 nella sede dell’Ibimus alla Biblioteca Nazionale di Roma: mi rassicurò sulla sua salute e volle farmi personalmente omaggio di una copia degli Indici, avendo cura – da vero bibliofilo – di consegnarmi anche il cofanetto di cartone in cui li avrei potuti riunire e conservare insieme con il relativo tomo degli Annali.

Nel chiudere questo ricordo, trovo ancora attuali le parole che una ventina di anni fa scrissi recensendo Le impressioni sceniche, ma che potrebbero ben applicarsi all’intero corpus delle imprese scientifiche ed editoriali di Franchi: “Piace vedere in quest’opera il frutto di un lungo lavoro, fatto di costanza, rigore, competenza e soprattutto condotto quasi nell’ombra, senza clamori, quasi un lavoro ‘d’altri tempi’, verrebbe da dire. Ciò aggiunge a quest’opera un ulteriore merito sul piano etico: il che non e poco in un’epoca segnata da fretta, approssimazione e ricerca del sensazionale”.

Questo è l’insegnamento che Franchi ci ha lasciato. Sit tibi terra levis.

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