SULLA «REPUBBLICA» DEL 13/09


Con molto piacere vi segnaliamo l’articolo pubblicato ieri su «Repubblica» a proposito del bel libro su Grazia Cherchi di Michela Monferrini, componente della nostra squadra. Brava Michela!

È STATA UNA PROTAGO12022576_1686284341606299_5237156032137996860_oNISTA della cultura italiana, ha diretto riviste importanti e scoperto talenti, ma il suo nome è come sommerso, scivolato in un limbo nascosto dove sono finiti tanti suoi simili. Di Grazia Cherchi non si parla più, ma sarebbe ipocrita chiedersi il perché. Se ne potrebbe tracciare il profilo per contrari, alla maniera dei futuristi. Prendere il circo equestre contemporaneo — l’editoria di plastica, il narcisismo parossistico, l’intellettuale imbonitore, gli autori «uguali come i tortellini fatti in casa» — capovolgere il tutto e forse cominciare a capire che tipo era. «Intelligenza del cuore». «Integrità morale». «L’editing come esercizio degli affetti». «La ricerca di alleanze destinate a creare le frontiere del valore». «Il sospetto per il successo facile». Bastano poche parole, a lei dedicate dagli scrittori dell’officina Cherchi, per essere catapultati in un’altra civiltà.

A condurci in questo viaggio, nel ventennale della morte, è un affettuoso e partecipe racconto della trentenne Michela Monferrini che si è messa all’ascolto della Cherchi e della sua strana gente. Un collage di voci e frammenti irregolari che restituiscono la irregolarità di questa «romantica donna emiliana» estranea al suo tempo. Dell’attuale egemonia del marketing aveva cominciato ad avvertire le avvisaglie negli anni Ottanta, con la trasformazione dei «funzionari editoriali in procuratori di calcio». Ma eccentrica lo era stata anche vent’anni prima, quando neolaureata incontra a Milano Piergiorgio Bellocchio, anche lui di Piacenza, e insieme decidono di dar vita ai Quaderni Piacentini . Una rivista fatta a tavola, durante il pranzo. Prima solo lei e Bellocchio, che vi investì l’eredità paterna (il resto andò a Pugni in tasca del fratello Marco). Poi divennero in tre con Goffredo Fofi, che pubblicò sui Quaderni l’inchiesta sulla Fiat rifiutata da Einaudi.

“Essere seri senza essere noiosi”, il motto della rivista che fustigava anche con eccesso di severità “l’imbestiamento collettivo” minacciato dal progresso neocapitalistico e dalla nascente industria culturale. Sei anni dopo sarebbe arrivato il Sessantotto che la rivista in parte anticipò. Tutti oggi la ricordano per la rubrica “Libri da leggere e libri da non leggere”. Nella lista dei libri da non leggere finirono pure Moravia, Eco e Pasolini, tra scandali e zuffe. Ma ben presto giunsero in redazione le lettere rabbiose di chi si sentiva escluso: non solo dai libri da leggere ma anche da quelli da non leggere. Segno che bisognava smettere.

Lo spirito del gruppo in una didascalia (corretta). Una foto di una stagione successiva la ritrae vezzosa, la testa inclinata sulla spalla di Fofi, Bellocchio sorridente accanto.

«Complicità e amore», annota Lalla Romano, sua grande amica. «Complicità e tenerezza», corregge lei. Un fatto di precisione.

L’editing fu l’altra sua grande passione, esercitata con gusto e sentimento. Lavorava sul testo per sottrazione e con umiltà, proponendo le sue correzioni a matita. A casa sua sono passati giovani e meno giovani. Benni, Baricco, Maggiani.

E ancora Carlotto, Petrignani, Sereni, Onofri. E poi i giornalisti Deaglio e Lerner, Pivetta e Riotta, Enrico Franceschini. Dei suoi autori curava l’editing non solo del lavoro ma anche della vita.

Ne sorvegliava il patrimonio lessicale ma anche le provviste in frigorifero. Tifava per la felicità nelle storie d’amore, anche se forse della sua felicità s’è curata poco. E di scrittori come Volponi si domandava: chissà com’era con gli amici. «Il lavoro degli affetti là dove si muove l’intelligenza del mondo», sintetizza Alberto Rollo, editor che le fu vicino. Una bella faccia dai lineamenti decisi, in fotografia spesso diventa una silhouette scura, un profilo d’ombra. Comparire doveva sembrarle una volgarità. Figuriamoci comparire oggi. «Attenzione a fingere di essere felici», una delle ultime cose che ha scritto.

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